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Evandro Muti espone
alla Galleria Valorart in via del Ginnasio fino al 13 novembre.
E’ un giovane artista
autodidatta viterbese che nella vita fa l’impegato.
In realtà, per vivere
veramente e con passione, dipinge e lo fa in maniera coinvolgente e
diretta, raffinata e
meticolosamente reale.
Domina musicalmente il
colore e la luce e dal suo modo di comporre rigide geometrie e masse
di colore traspare l’antico amore per l’architettura che ha
cominciato a studiare per poi dedicarsi esclusivamente alla pittura.
Il gusto
architettonico, la capacità grafica, la padronanza del colore e il
senso della luce appaiono armonicamente combinati in ogni suo quadro
a tal punto che la semplice raffigurazione di una presa TV avvince
quanto un portale o uno scorcio architettonico.
La sua essenzialità
minimale arriva quasi magicamente all’iper-realismo e la profondità
di ogni sua immagine è esaltata dalla luce e dall’aria che
attraversa le ombre.
La sua espressione
grafica e cromatica potrà senz’altro portarlo a livelli sempre più
elevati anche perché alla sua abilità fa riscontro l’immediatezza di
un linguaggio semplice.
Giorgio Pulselli
(Il Messaggero) 2004
Colori cangianti,
pungenti, oggetti presenze che incarnano idee e significati, spazi
senza ombra inondati di sole accecante, spazi metafisici che
eliminano la logica del tempo, ma anche sensazioni di sbarramento,
di separazione, di solitudine, un guardarsi dentro per ritrovarsi.
Evandro Muti spazia
con le sue opere tra l’imprevedibile e l’impenetrabile senso della
libertà associato all’idea avventurosa del viaggio rivolto verso un
ignoto noto, un viaggio che trascina via, che brucia la vita, binari
interminabili che sollecitano la fantasia e dove frammenti di vita
assumono la sembianze di una dimensione… altra, binari che
trascinano ed inglobano voglia di vivere, brevi solitudini, piccole
paure, attimi di riflessioni e di percezioni personali lontani dal
ritmo frenetico, meditazioni che occupano improvvisamente la nostra
dimensione spazio-temporale dando luogo ad un viaggio nel viaggio
dentro noi stessi.
Poi l’artista
approfondisce il percorso umano dell’introspezione ma anche
dell’inesplicabile con le sue immagini di porte monumentali ma
eteree di cui si percepisce la pesantezza del legno alleggerito
dall’uso di un colore compatto ed emotivo, riproduzioni significanti
di un oggetto che esprimono un alto grado di poeticità; le sue
Finestre linde dai colori decisi, che sono qui riprodotte per il
loro intenso significato di sbarramento e di arresto colto
dall’uomo.
E’ una chiave di
lettura che Evandro Muti impone ai suoi estimatori, un impatto
compiacente con una non stridente tavolozza cromatica ed energica, a
volte tenue, che in ogni caso non lascia indifferenti.
Quello di Muti è uno
sguardo alla vita tendenzialmente positivo dove i colori, essenza
del suo percorso interiore, assumono un ruolo primario, sintetizzano
bagliori e frammenti di cose viste; un colore, quello di Muti, così
definitola eclissare la stessa istintiva identificazione del
soggetto dell’opera perché il suo è un colore che crea, che dà forma
e provoca le intuizioni.
Di fronte alle porte
azzurre possenti, demarcate da un’unica ombra profonda e laterale,
alle persiane così perfette e così distaccate da non permettere
neppure alla luce di oltrepassare lo sbarramento, imposte come
emblema della divisione degli spazi fisici e concettuali,
sospendiamo le nostre pulsioni.
Esiste una sorta di
progressione del gioco delle ombre, dalla presentazione di una porta
grigia che richiama le divisioni e riquadri degli antichi portali
delle chiese, la più poetica di tutte, in cui le ombre sono appena
accennate e in cui predomina un delicato ritmo lineare, si passa poi
ad una porta azzurra che ricorda invece quelle dei grandi saloni
nelle case storiche che esprime un senso di chiusura, e non a caso
il pittore immette in basso un piccolo rettangolo giallo quasi ad
invitare a guardare oltre; si prosegue poi con porte azzurre di case
comuni in cui aumenta sia la traccia dell’ombra sia il senso di
separazione tra un ambiente e l’altro; porte ancora più anonime ma
anche più astratte, sulle tonalità del marrone che solo
apparentemente sembrano essere più facili da oltrepassare.
Porte e Finestre,
oggetti comuni del vivere quotidiano da tempi immemorabili,
nell’ambito di questa esposizione sono interpretate come linea
simbolica di demarcazione tra l’interno e l’esterno, come una
barriera tra un ambiente e l’altro, quasi a separare l’io e il
mondo, l’essere e il suo sé; esse sono per Muti un punto fermo, un
microcosmo da cui dipanano una serie interminabile di fantasie sul
noto e sull’ignoto; un alternarsi di vedere e sapere, di sentire e
di ricordare, di emozioni e di gioie passate e presenti, esse sono
soprattutto un confrontarsi con un’improvvisa situazione psicologica
usando il pensiero per “andare” oltre.
Ecco che dalle
tonalità vive, decise, il nostro sguardo passa ad osservare le linee
essenziali per una costruzione dello spazio priva di aria e calda,
tanto accecante da essere avvertita come irreale; sono le Finestre
Persiane.
Muti interpreta questo
soggetto in vario modo e con varie tonalità, sono persiane che
nonostante presentino un’unica ombra laterale, aumentano
notevolmente l’impossibilità di vedere oltre, nonostante abbiano
colori gradevoli come il rosso, esprimono con forza la divisione
degli ambienti, quindi il pittore determina un graduale incremento
della tensione emotiva che scatena l’immaginazione ed approfondisce
la riflessione.
Il suo è un invito
enigmatico ed ironico tanto che alcune immagini di persiane si
confondono con quelle delle porte, come se fosse in atto una sorta
di mutazione tra un oggetto e l’altro.
In una di esse compare
un cielo terso del tutto illusorio lungi dall’essere riflesso
dall’ampio vetro laterale, un vetro non trasparente e solido come un
materiale da costruzione.
La porta/finestra più
emblematica è però quella rossa che attrae con disinvoltura verso di
sé l’osservatore e che poi manifesta con altrettanta audacia il suo
essere elemento di chiusura dall’esterno verso l’interno e
viceversa.
Ognuno di noi vedrà
oltre, ognuno avvertirà diversamente colori, odori spazi ed
ambienti, in questo risiede l’interesse di queste opere, è appunto
in questo gioco dell’analisi personale ed introspettiva che
arriviamo ad estraniarsi, tenendo conto solo della purezza del
colore, delle linee, in sostanza dell’arte.
Siamo noi e le opere,
siamo noi e i colori, siamo ormai completamente trascinati via,
siamo dentro l’opera, a scoprire i suoi misteri, intime percezioni
che affiorano libere senza essere state decodificate, pensieri
intriganti che spaziano senza meta e seguono il movimento di vecchi
esemplari ferrosi sui binari, fregiati dei brillanti colori di Muti.
Sono frammenti e parti
di vecchi treni, treni visti da bambini e rimasti nell’immaginario
collettivo, treni che nella loro inconsistenza fisica rappresentano
un modo inconsueto per continuare un viaggio già intrapreso.
E’ ancora l’alternarsi
del vuoto e del pieno, dell’esterno e dell’interno, i vagoni del
treno che fanno viaggiare la nostra fantasia e il nostro desiderio
più intimo di libertà sono stimolanti per l’occhio, con i loro
colori primari, con le loro linee nere, con i loro bulloni metallici
in rilievo, che aspettano di essere ravvivati da storie umane;
spicca infatti nell’analisi delle composizioni la presenza di
finestrini grigi e neri e di porte sbarrate che determinano un senso
di attesa misto ad abbandono.
E pensare che invece
il treno è per antonomasia, nell’immaginario collettivo, la
prefigurazione del lasciarsi andare, un modo per scivolare via con i
pensieri su quei paesaggi che ci accompagnano nel viaggio, un
viaggio che può essere sia fisico sia ideale e facendo evolvere la
dimensione spazio temporale da statica in fremente.
Luigina Rossi 2004
Alla Galleria Anselmi
l’Assessorato alla cultura della Provincia ha promosso la personale
di Evandro Muti, artista viterbese che esporrà fino al 31 gennaio.
E’ sempre difficile
cercare di capire e di spiegare l’astratto. Si è portati ad una
certa diffidenza soprattutto se l’astrattista non è un ricercatore
che attraversa l’astrattismo come percorso di esperienza evolutiva
rappresentandone la parte finale o il mezzo di raggiungere altre
mete artistiche.
Questo è il caso del
maestro Muti, che nella sua maturità arriva a produrre una sorte di
grafica fatta di libere geometrie che armoniosamente si dispongono
su fondi acrilici variegati come fossero grandi squame di
fantasiosi pesci o rettili, lembi di pelle al microscopio.
Muti giunge a questa
espressione passando attraverso esperienze recenti sulle geometrie
policrome di linee usate come pentagrammi con su “scritte” note
fatte di segni elementari e cerchi colorati.
È passato attraverso
la pittura figurativa con la quale sembra avere studiato i modi di
comporre le forme tipiche delle architetture.
A mano a mano si
distacca da queste forme assimilabili alla realtà per approdare ad
un astrattismo monocromo, ordinato e ritmato.
La raggiunta
padronanza di questa espressione lo porta alla ripetizione delle
ritmature rinchiudendole in una forma precisa e squadrata.
Una sorta di cornice
di finestra decorata è appunto l’ultima opera della mostra che si
presenta investita da una luce che produce tenui ombre.
La finestra si
affaccia su un cielo sereno, infinito, pervaso d’aria e di luce:
immagine metafisica emblematica di una ricerca prima informale ma
infine mirata ad una realtà appartenente al mondo esterno, eterno
ma comunque pervaso di ottimismo.
Giorgio Pulselli
(Il Messaggero) 2003
Da sabato prossimo, e
fino al 31 gennaio, alla sala Anselmi di Via Saffi sono esposte le
opere di Evandro Muti, pittore viterbese, legato all’astrattismo.
“Sospensioni
geometriche”, è questo il nome della mostra, è organizzata dallo
Studio d’arte della Tuscia, ed è curata dal critico Donatella
Valori.
Nelle opere – acrilici
su tela, carta e cartoncino – sono protagonisti la luce, il colore,
il segno, in un approccio personale, caldo e partecipato.
La stessa Valori ha
scritto: “Evandro ha sempre avuto una concezione spazio-tempo quasi
rinascimentale, le forme sono sospese in una curva temporale dove
l’uomo non è protagonista, ma si nasconde tra le immagini
geometriche reinventate e perfette”.
Corriere di
Viterbo, 16/01/2003
Nei quadri di Muti,
acrilici su tela, carta e cartoncino, i protagonisti sono la luce,
il colore il segno, il tutto in un approccio personalissimo con
l’arte che rende la sua pittura del tutto ottimista.
Una luce che esprime
forza positiva e che sa rendere brillante e stimolante anche la
misteriosa profondità del nero.
Il Messaggero,
16/01/2003
Come un entomologo
riconosce gli insetti o un esorcista il demonio, così noi
riconosciamo i veri pittori, forse per l’abitudine che abbiamo a
praticarli da sempre, così abbiamo riconosciuto Evandro Muti,
l’Artista di razza, piacevole sorpresa in un “parterre” non sempre
molto stimolante, dove i veri pittori sono rari nuotatori in un mare
purtroppo assai vasto.
Nei quadri di Evandro
bisogna penetrare fisicamente, come faceva Mary Poppins, perché sono
quadri dove bisogna entrare, entrare e uscire e poi rientrare e
uscire di nuovo perché egli segnala ingressi e gallerie oscure dalle
quali la luce riesplode all’esterno in frammenti e scintille come da
una centrale atomica o come da un tubo catodico, come da un tunnel
che esce dal centro della terra.
Evandro interiorizza
la luce, poi la digerisce e poi la risputa come fuoco d’artificio
paesano o come illuminazione di una città in black-out che si
riaccende all’improvviso.
Il segno di Evandro è
nervoso ma allo stesso tempo rassicurante perché è segno puro, di
una radiosità senza scorie.
Così che si può
incorniciare e delimitare nel tempo e nello spazio.
Dalle prime esperienze
figurative geometriche, come di architetture metafisiche,
volutamente compresse in due sole dimensioni all’esplosione
post-pop… Evandro dipinge, avrebbe detto Bergson, non con la quarta
dimensione ma… la “quarta sensazione”.
Donatella Valori
(Galleria Tuscia) 2001
Siete degli operatori
visivi, dedicati alla comunicazione verso il più grande numero:
potete frammentare il vostro discorso fino alla singolarizzazione di
un certo momento e di un certo spazio.
Quest’opera d’arte
però non ha nessun valore al di là dell’inserimento organico nella
vostra visione,
nel vostro discorso:
le vostre strutture ambientali prendono le loro radici nelle zone le
più profonde delle vita moderna, nella mente obiettiva dell’uomo,
contraddittorio ma responsabile di oggi.
Paolo Romano (Il
Tempo), Viterbo 1977
Un segno nitido
coerente che manifesta la fantasia creativa dell’Artista. Collage,
grafica e pittura sono le espressioni della mostra ricca di
interessi conoscitivi. Una indagine profonda in un mondo
che fa parte della
nostra cultura e che appartiene alla società contemporanea. La
ricerca tonale nella
pittura, la sequenza
segnica nella grafica, gli accostamenti vitali nel collage, sono la
peculiare attrattiva di questa mostra che Muti ha composto con
accenti che affondano radici nella magia del colore e della
composizione.
Giovanni Semerano
(Il Messaggero), Viterbo 1977
Seguo da anni il
lavoro di Evandro Muti. E’ giovane, innamorato della pittura e della
grafica!
Proviene, come
cultura, dall’Architettura. E’ un grafico netto, impeccabile;
guardando i suoi disegni a china, pensi subito al lavoro sicuro e
paziente del ragno che tesse la tela, aereo, astronauta della sua
geometria quasi funambolesca, le linee delle sue composizioni
guizzano verso infiniti orizzonti.
F.L.Lemaire già nel
1957 disegnava volute geometriche che potremmo riallacciare alla
tecnica di Muti come gioco ricorrentesi di linee spirali di grande
eleganza, senonchè quest’ultimo si differenzia dal Lemaire per
quella sensazione di illimitato spazio creato dalle linee liberate
nel loro slancio anziché chiuse in una forma rotondeggiante.
Nel 1949 Gabo tesseva
anche egli incredibili segni che rasentavano la magia, ma chiusi
anch’essi in una forma nello spazio. Così pure dicasi per M.C.Escher
(1945) collocabile a mio parere il più vicino alla poetica di E.
Muti.
Parallelamente al
segno, Muti tesse una sua storia colorata iniziata con le tempere
sin dal 1969 che porta avanti con sicurezza e decisione metodica che
direi congeniale alla sua struttura mentale fortemente artigianale
(nel senso più alto della parola), cioè poeticamente intenzionato a
costruire,
(come l’ape il favo
che conterrà il miele) gli spazi necessari affinché la luce-colore
da stendere sui cartoni non si disperda inutilmente fuori dei suoi
incredibili tasselli così sinfonicamente accordati.
Vasarely cerca di
stupire col cerebralismo e connivenza elettronica, Muti cerca di
farti innamorare del suo musicalismo poeticamente cromatico.
SIRO (Umberto
Spironello), Roma 1977
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